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Vivere ed essere felici da soli, possibile?

Posted on 15th gennaio 2012 in Guide, Salute

Anche se l’amore è una delle esperienze più profonde e mistiche che ci è dato vivere, non è possibile che ci renda felici a meno che non siamo pronti a viverlo con consapevolezza e la giusta predisposizione d’animo. In altre parole: se siamo persone insoddisfatte di noi e della nostra vita, nemmeno il sentimento più intenso potrà salvarci da noi stessi. Meglio, dunque, prima imparare ad essere felici da soli per poi essere pronti ad essere anche più felici in una coppia.

Quando si è soli, il tempo a disposizione è tanto ed una parte può essere impiegato leggendo un libro o una raccolta di poesie, da scegliere tra i nostri filoni preferiti. Si può scegliere di frequentare corsi di pittura, di Yoga, di fotografia, giardinaggio che ci mettono in contatto con molte persone dai i nostri stessi interessi.

Se si preferisce rimanere in casa ed abbiamo a disposizione un computer possiamo trascorrere allegri momenti ludici con giochi in linea in simultaneo, con i quali possiamo svagarci insieme ad altri appassionati come noi. Possiamo decidere di accedere in qualche forum, dove è possibile intavolare discussioni e scambiare pareri con utenti che sono interessati ai nostri stessi argomenti.

Molto importante è anche l’attività fisica con la quale si mantiene in forma il fisico e la scelta è, se praticarla in casa od uscire ed andare in palestra, dove conosceremo nuovi amici. Una buona idea è quella di andare in bicicletta nelle vicinanze o in parco e sicuramente troveremo la passeggiata molto più divertente di quello che possiamo immaginare.

Se vogliamo dare e ricevere affetto scegliamo di tenere con noi un animale che può essere un cane, un gatto, pesci, uccelli o quello che più preferiamo. Sarà molto il tempo da dedicare a loro perché hanno bisogno di tante cure e di tutto il nostro affetto.

Le 1o verità

1 – Se  il vero amore tarda ad arrivare, qualcuno può scegliersi un esilio  fatto di sospiri, sogni, ideali e perfino castità. Ma le favole sono  belle sono nei libri. Per quanto riguarda la realtà, è bene -mentre si  aspetta il grande A- allenarsi a gestire le relazioni, che partono  dall’amore e complicano sempre tutto in maniera molto più concreta e  molto meno poetica.

2 - L’attrazione  e la sessualità sono componenti fondamentali della coppia. Se fosse  vero che la relazione, col tempo, azzera la passione, non si capisce  perché molte coppie riescano a sopravvivere agli anni. No, non è così  semplice: non è colpa delle relazioni. Piuttosto, è possibile che la  vita e le sue difficoltà ci allontanino ciclicamente; ma sta proprio qui  il bello: impegnarsi per tornare a casa e ritrovare ogni volta un modo  nuovo per tener viva la scintilla che ci ha incendiato all’inizio di  tutto.

3 - Notoriamente,  esistono fasce d’età in cui trovare una persona da amare è più  difficile. Sono le zone anagrafiche in cui i più determinati a far  funzionare un rapporto… ci stanno provando! Ma questo non significa che  non esistano persone che scelgono (direttamente o per i casi della vita)  di rimanere da soli. O forse, si stanno solo preparando alle ondate di  ritorno sul mercato dei quarantenni divorziati, delle cinquantenni col  boom ormonale, dei sessantenni iperattivi e dei settantenni pronti ad  amare di nuovo come mai prima nella vita!

4 – La passione quando c’è si vede ed è bello lasciarsi andare. Ma siccome  non siamo animali guidati dall’istinto, ma persone in grado di fermarsi  prima di commettere sciocchezze di cui potremmo amaramente pentirci, non  è il caso di raccontarci scuse. Anche quando la passione è travolgente,  si può benissimo resistere. Basta porsi una domanda: dopo cosa accadrà?

5 - È  possibile che nell’universo esistano altre forme di vita, alieni con la  stessa differenziazione sessuale degli umani. Ma per il momento,  l’unico mondo che conosciamo (e in cui sperimentiamo il corteggiamento e  la vita di coppia) è questo. Quindi, meglio arrendersi: uomini e donne  vengono dallo stesso pianeta che abitano giorno dopo giorno. Meglio  smettere di pensare che i due mondi siano incomunicabili e imparare il  prima possibile a trovare un linguaggio efficace che permetta di capirsi  e amarsi

6 - Amare  è complicato. Anche se il desiderio dichiarato dagli amanti è quello di  restare uniti per sempre, noi viviamo ancora oggi il sogno d’amore  pagano che apparteneva ai trovatori medievali e che-a distanza di oltre  mille anni- Hollywood ci ripropone intatto. Ovvero: si ama davvero solo  ciò che non si possiede. Ma siamo sicuri che una persona inafferrabile  sia proprio quella che può renderci felici?

7 - Anche se  l’amore è una delle esperienze più profonde e mistiche che ci è dato  vivere, non è possibile che ci renda felici a meno che non siamo pronti a  viverlo con consapevolezza e la giusta predisposizione d’animo. In  altre parole: se siamo persone insoddisfatte di noi e della nostra vita,  nemmeno il sentimento più intenso potrà salvarci da noi stessi. Meglio,  dunque, prima imparare ad essere felici da soli per poi essere pronti  ad essere anche più felici in una coppia.

8 - Che  il tempo sia un toccasana per molti problemi, non c’è alcun dubbio. Ma  l’amore, purtroppo, non risponde alle normali leggi della fisica. Un  sentimento che non funziona è destinato a logorare chi lo vive. E per  questo non c’è altro rimedio che riversare la propria capacità di  amare… in un altro rapporto.

9 - Quando qualcuno ci rapisce il cuore, non riusciamo a pensare ad altro. Ma tutti sanno, per  esperienza, che questo stato di grazia non dura e che, di fronte alla  vita quotidiana che irrompe, ognuno tornerà a pensare ai piccoli e  grandi problemi che lo riguardano. Niente di male, anzi: contro il  logorìo della vita moderna è cosa buona e giusta che entrambi i partner  conservino ampi spazi di indipendenza. L’amore come fusione totale non  esiste. Perfino le favole stendono un velo pietoso sulla routine di  principi e principesse dopo il coronamento del sogno. “E vissero per  sempre felici e contenti” è solo un modo sintetico per dire che la parte  appassionante è finita e che anche i più fiki del reame dovranno  barcamenarsi tra i problemi della propria vita quotidiana e la voglia di  indipendenza, esattamente come noi mortali!

10 - La gelosia  è sintomo di moltissime cose. Di insicurezza personale, ad esempio. Di  poca fiducia. Di possessività. Di poca stima, nei propri confronti o in  quelli del partner. Di paura. Di molto altro ancora. E se questi  sentimenti sono connessi all’amore, non significa comunque che la  gelosia sia un segno tangibile di questo sentimento. Al contrario:  l’amore ha bisogno di fiducia e complicità per crescere, non certo di  freni e timori irrazionali.

Non solo un fatto sentimentale, il carattere filosofico

Il tema della felicità è tornato di moda: aumentano articoli, studi, festival, libri che hanno di nuovo ad oggetto l’antico tema della felicità.
Salvatore Natoli, docente di filosofia presso l’Università di Milano-Bicocca, uno dei più originali filosofi italiani, si occupa di questo tema da diversi anni, ben prima che le mode lo riportassero alla ribalta.

Questo nuovo interesse per la felicità lo si ritrova anche tra gli economisti, cosa che stupisce molto se si pensa che Thomas Carlyle, esprimendo un pensiero comune nel secolo XIX, definì l’economia “scienza triste” (dismal science), un appellativo che fa sentire la sua eco ancora oggi.

Salvatore Natoli esplora proprio i vantaggi, le potenzialità e le sfide del rapporto tra economia e felicità. Infatti, se guardiamo la tradizione della scienza economica più da vicino, ci accorgiamo che la tensione tra ricerca della felicità individuale e il benessere pubblico è stata una delle costanti che ha accompagnato la tradizione politica dell’occidente, e che senza dubbio può essere considerata uno dei temi centrali della modernità.

Innanzitutto occorre ricordare che l’economia moderna nasce strettamente legata
alla felicità pubblica, un tipico tema illuminista: la felicità non è solo una faccenda
ultraterrena, ma l’obiettivo dei singoli e soprattutto dei governi è far in modo che la felicità
delle loro nazioni aumenti.

Anche se la felicità pubblica è normalmente associata alla tradizione italiana, napoletana in particolare (Muratori, Palmieri, Genovesi, ecc.), non è corretto affermare che essa sia una prerogativa esclusiva della cultura italiana o latina.

Se infatti è vero, come affermava già nel 1829 Giuseppe Pecchio nella sua famosa Storia della economia pubblica in Italia che “gli italiani la riguardano [la scienza economica] come una scienza complessiva, … e la trattano in tutte le sue relazioni colla morale, colla felicità pubblica”,
mentre “gli inglesi, sempre fautori della divisione del travaglio, pare che abbiano applicato
questa massima anche a questa scienza, avendola staccata da ogni altra”, occorre aggiungere che la maggior parte degli economisti classici inglesi aveva ben chiaro che la felicità delle persone dipende da molte altre cose oltre che dalla ricchezza.

Erano, e sono ben consapevoli che i soldi non fanno la felicità, poiché l’esser felice è una faccenda
troppo soggettiva e complessa per essere trattata dai (tutto sommato) grezzi strumenti della scienza economica, come i prezzi o la moneta.

Ad un certo punto, anche per l’esigenza di conferire dignità scientifica all’economia, gli  conomisti più importanti decisero di concentrarsi solo sui requisiti materiali di quella felicità. Per questo l’economia si è ritagliata un ambito meno complesso della felicità: la ricchezza o il benessere economico, affermando però, anche se solo nelle prefazioni ai loro libri, che gran parte della felicità delle persone dipendeva da fattori non economici, non transitava per il mercato. Smith, Malthus, Mill, Marshall, Keynes erano su questo punto tutti d’accordo.

Oggi, dopo due secoli dalle antiche indagini sulla pubblica felicità, il tema dell’happiness è tornato tra gli interessi degli economisti.

Non sempre però l’interesse per la felicità è accompagnato da una riflessione metodologica e filosofica. Per questo abbiamo intervistato il professor Natoli con la speranza di fornire nuovi spunti a questo importante dibattito.

Non assegnare un valore negativo alla solitudine sociale

Noi animali della specie uomo (come tanti altri mammiferi) abbiamo il naturale bisogno di far parte di un gruppo, di stare con gli altri, di confrontarci con gli altri, di affermarci a livello sociale. Ecco perché viviamo in società.

Vivendo fin dalla nascita in società, siamo fortemente condizionati da essa fino al punto che il nostro DNA psicologico perde le tracce di un nostro naturale bisogno: il Bisogno di-Stare-Soli, ossia il bisogno di essere con noi stessi, di confrontarci con noi stessi, di renderci profondamente autonomi. Non solo. Nei romanzi, nei film, nelle canzoni, in Tv, ecc. la solitudine è sempre rifiutata dai protagonisti.

Ciò ha fatto nascere il luogo comune che sentirsi soli è brutto, è triste, è un male. E così, quando siamo costretti a stare soli, crediamo che sia una cosa innaturale, anormale, patologica… e assegniamo al nostro stare soli un valore negativo… Di conseguenza avvertiamo un sentimento negativo: «Se io non sto insieme ad un altro essere umano, sono solo, mi sento solo. Quindi soffro». Quando siamo soli per molto tempo, ci sentiamo a disagio e soffriamo in silenzio la nostra pena, biasimandoci segretamente per la nostra incapacità di avere amici.

Guai poi a parlare in pubblico della nostra solitudine! Non c’è niente di più sciocco. Essere soli, sentirsi soli non vuol dire essere degli appestati. La solitudine non è un marchio d’infamia, è una condizione psico-fisica normalissima. Essa costituisce uno stimolo alla vita poiché ci permette di assaporare l’amaro sapore della separatezza che ci spinge a cercare gli altri.

Si tratta di un sentimento che ci costruiamo pian piano nel nostro animo aumentando l’amore che nutriamo per noi stessi. Quando siamo soli dobbiamo quindi sforzarci di essere pienamente presenti a noi stessi. È questa la condizione essenziale per una feconda vita sociale. Come incontrare gli altri se non riusciamo ad essere prima presenti a noi stessi? Svegliati con te accanto come faccio io: «Buon giorno Cristina! Ti auguro una magnifica giornata!». Mangia insieme a te come faccio io: «Buon appetito Cristina!»

Prendi uno specchio e guardati dentro immaginando di vedere un altro “tu”. Un “tu” più allegro, più scherzoso. Più ironico. Un “tu” che ride di se stesso: dei suoi errori, dei suoi difetti, delle sue debolezze… e …. Ridi con lui: dei tuoi errori, dei tuoi difetti, delle tue debolezze e (perchè no?) anche della tua solitudine. Certo, questo mio modo di fare può sembrarti strano, ma non lo è, credimi. È semplicemente intelligenza, saggezza, fantasia… Tu potresti dirmi: «Sono d’accordo con te Cristina. Ciò che dici va bene per quelle persone che ogni tanto rimangono sole. Ma io sono una persona che sta spessissimo sola». Bene. Incomincia allora a star bene con te almeno per il 50% del tempo mettendo in pratica i suggerimenti di cui sopra. La tua noia e la tua malinconia si ridurranno del 50%. In questo modo incomincerai ad amare serenamente la tua solitudine, come è accaduto a me dopo che ho superato il periodo di solitudine continua. Adesso prendo il mio diario e ti copio due riflessioni che ho scritto in quel periodo. Ti aiuteranno a stare meglio con te. Io amo la mia solitudine…

Perché quando sono sola posso starmene con me. Perché quando sono sola posso comunicare con me. Perché quando sono sola posso giocare con me. Perché quando sono sola posso vivere con me. Perché quando sono sola sono con ciò che penso, ciò che sento, ciò che faccio. In questo momento sono in totale solitudine al centro di una radura di montagna, ma non mi sento sola…….. Perché sono circondata da centinaia di stupende margherite gialle, da decine di nuvole bianche che si rincorrono allegramente, da due scoiattolini rossicci che mi guardano con gli occhietti vispi. Come potrei sentirmi sola? (Cristina Rossi Morley)

Links: macrolibrarsi, unimib, donnamoderna.

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Sport per dimagrire, funziona davvero?

Posted on 14th gennaio 2012 in Guide, Salute

Via tutte le truffe sulla dieta: per perdere peso bisogna fare soltanto una cosa, bruciare e sudare. Ma nel vero senso della parola, perchè lo sport è veramente l’unico modo sano e divertente (magari!) per dimagrire.

Certo, una dieta equilibrata è indispensabile per raggiungere i risultati sperati senza oltrepassare troppo i tempi delle nostre aspettative, ma basta veramente una passeggiata di 20 minuti al giorno per vedere, sin da subito, gli effetti positivi sul nostro metabolismo.

Molti perè, quando pensano a corsa sollevamento pesi, trovano queste come attività molto noiose. Ci sono persone che amano praticare molto sport, altre solo occasionalmente. Se questi ultimi si rendessero conto di quanto l’esercizio fisico fanno semplicemente prendendo parte a una partita del loro sport preferito, sarebbero propensi a giocare più spesso.

Ci sono, tuttavia, sport che sono molto popolari, altri vi sorprenderanno perchè non sono conosciuti, ma tutti sono utili per bruciare calorie e dimagrire.

Attività aerobica

Quando siamo impegnati in un’attività aerobica il nostro organismo utilizza l’ossigeno dell’aria ed i substrati energetici (carboidrati, grassi e in minima parte proteine) per produrre l’energia necessaria a soddisfare le aumentate richieste metaboliche. Sport come il ciclismo, la corsa, la marcia e lo sci di fondo sono chiari esempi di attività di tipo aerobico in cui i muscoli lavorano in condizioni di massima ossigenazione.

Altri sport prevedono sforzi molto intensi per un periodo limitato (body building, sollevamento pesi, gare di sprint ecc.). In queste condizioni il nostro organismo utilizza delle vie metaboliche alternative che non necessitano di ossigeno per produrre energia. In questi casi il consumo calorico è molto basso poiché lo sforzo pur essendo molto intenso si protrae solo per qualche secondo.

Il falso mito della maglietta sudata

Per dimagrire si deve sudare. È assurdo che ancora oggi ci sia gente che pensi ciò. Basta osservare chi corre nei parchi cittadini per accorgersi che la parola d’ordine è: coprirsi e sudare il più possibile. Probabilmente si sarà gratificati quando, tornati a casa, si scoprirà che la bilancia segna anche due chili in meno, salvo poi scoprire con disperazione che la mattina dopo siamo tornati al peso di sempre. Né ha senso cercare di resistere alla sete per rendere definitivo il dimagrimento. Prima o poi ci si deve reidratare e l’illusione svanisce.

Per dimagrire si deve fare attività sportiva a bassa intensità?

Questa leggenda metropolitana è nata nelle palestre ed in tutti quegli ambienti dove si usa il cardio fitness (per dimagrire non devo superare una certa frequenza cardiaca!); in realtà in questi ambienti si ha spesso a che fare con persone che vogliono minimizzare la fatica e ai personal trainer meno coscienziosi non par vero di riuscire a vendere una strategia che si accorda con la pigrizia del soggetto.

La bugia si basa sul fatto che facendo attività sportiva a bassa intensità si bruciano preferenzialmente i grassi. Il dubbio metabolico diventa dunque il seguente: se corri forte bruci carboidrati ma non grassi.

Con l’allenamento di tipo aerobico aumenta la disponibilità di ossigeno (VO2max), e di conseguenza anche la capacità di utilizzare i grassi come fonte energetica primaria. Quindi quanto più sono allenato tanto riesco a consumare facilmente i grassi.

Qualche consiglio per cominciare

Innanzitutto non dobbiamo considerare il nostro corpo a compartimenti stagni: sa benissimo trasformare i grassi in energia e i carboidrati in grassi. Quindi non è detto che se mangiamo carboidrati verranno immagazzinati carboidrati e se mangiamo grassi andranno necessariamente a finire nella pancetta. Il corpo usa quindi i macronutrienti per adattarsi alle esigenze energetiche.
Supponiamo che il soggetto mantenga il suo peso con 2.000 calorie al giorno, di cui 300 sono dovute all’attività sportiva. Se l’attività è blanda si bruciano preferenzialmente i grassi (la percentuale di grassi bruciata a bassa intensità è sì sensibile, ma comunque si brucia sempre una quota di carboidrati), se è intensa i carboidrati.

Perché correre forte se si bruciano i carboidrati e non i grassi? L’errore di fondo è che 300 calorie delle 2.000 che assumiamo (a prescindere dal fatto che le abbiamo assunte come grassi o come carboidrati) andranno a sostituire il substrato energetico che è andato perso con la corsa: se abbiamo bruciato grassi, le 300 calorie andranno a sostituire il grasso perso, se bruciamo carboidrati andranno a sostituire la riserva di carboidrati persa (glicogeno). In entrambi i casi il soggetto mantiene il suo peso: può dimagrire solo se assume meno di 2.000 calorie al giorno.

Per dimagrire occorre scegliere la velocità che consenta di effettuare il maggior numero di chilometri nel tempo a disposizione.

Un cuore sano ha dei meccanismi di controllo intrinseci tali da impedirne il danneggiamento in qualsiasi circostanza esso si trovi. Questo significa che per un cuore sano non esistono sport e livelli di intensità più o meno sicuri. Esistono invece delle precauzioni da adottare in caso di problemi cardiovascolari, quali ipertensione, aritmie, episodi precedenti di infarto, angina pectoris ecc. Sarà il medico a valutare, in questi casi, l’idoneità o meno alla pratica sportiva (nei casi più lievi di queste malattie è stato dimostrato l’effetto terapeutico dell’attività fisica svolta sotto controllo medico).

I tre cardini

Il tipo di esercizio deve necessariamente includere i grandi gruppi di muscoli. I muscoli delle gambe sono i più grande del corpo, e al secondo posto ci sono i muscoli delle braccia.
Molte persone non si rendono conto dal fatto che i principali muscoli del torace e della schiena sono fissati alla parte superiore del braccio, e si trovano attivamente vincolati a quasi tutti i suoi movimenti. Camminare, trottare, salire le scale, correre, pattinare ed andare in bicicletta includono uno sforzo principalmente dei muscoli delle gambe. Mentre in attività come il nuoto, lo sforzo muscolare principalmente ricade sui muscoli delle braccia.

  • L’uso di pesi sostenuti con le mani al mentre si cammina permette di unire il lavoro dei muscoli delle gambe con quello delle braccia. Lo stesso accade per esempio nel salto con la corda, nel canottaggio, con gli scii e la danza aerobica. Queste sono solo le principali, ma esistono tante altre attività sportive che comportano il movimento dei grandi gruppi di muscoli.
  • Il secondo fattore è il livello di intensità. Più intensa è una attività fisica, più calorie consumeremo. La camminata ad un passo normale farà consumare meno calorie di una corsa, perchè si impiega più energia nel muovere il nostro peso ad una velocità maggiore.
  • Il terzo fattore è la durata dell’ esercizio o dell’attività sportiva. Ad esempio nel nuoto, nel ciclismo, con le corse e le camminate. La chiave è nelle distanze percorse. Ad esempio, correre 1,6 Km fa perdere ad una persona normopeso circa 100 calorie, mentre 8 km sarebbero circa 500 calorie. Anche il tennis è un ottimo sport, ma sicuramente in un’ora di tennis si consumeranno molto meno calorie che in un’ora di corsa.

Prima di correre

  • Riscaldamento: è la parte iniziale della attività, nella quale si inizia in maniera progressiva il movimento e il riscaldamento dei muscoli, con l’obiettivo di non sottoporli a un eccessivo sforzo iniziale e per non sentire dolore alla fine dell’attività. Generalmente si riscaldano i gruppi di muscoli che saranno utilizzati durante la attività. Quando si inizia a sudare, vuol dire che la temperatura del corpo è aumentata, così come quella dei muscoli.Si può quindi iniziare l’attività.
  • Rilassamento: viene effettuato dopo l’attività fisica. L’obiettivo è diminuire la frequenza cardiaca (il battito del cuore) e riportarla a livelli normali. Non si può concludere bruscamente, perchè durante l’attività il sangue si concentra principalmente nei muscoli che stanno lavorando e meno nel cervello e nel cuore. Per questo finire lo sport senza il rilassamento porterebbe a forti giramenti di testa. Con il rilassamento si riporta il sangue di nuovo a concentrazioni normali tanto nel cervello quanto nel cuore.
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Aids ed Hiv: il caso non è chiuso

Posted on 10th gennaio 2012 in Salute

«Quando nel 1984 sentii dire per la prima volta che il francese Luc Montagnier, dell’Istituto Pasteur, e Robert Gallo, dell’America’s National Institutes of Health, avevano scoperto indipendentemente l’uno dall’altro che il retrovirus HIV – Human Immunodeficiency Virus – era la causa dell’AIDS, accettai il dato come una qualsiasi evidenza scientifica.

Il problema non riguardava strettamente il mio settore, la biochimica, e d’altronde loro erano esperti di retrovirus. Quattro anni più tardi lavoravo come consulente con gli Specialty Labs di Santa Monica: stavamo cercando il modo di utilizzare la PCR per individuare i retrovirus nelle migliaia di donazioni di sangue che la Croce Rossa riceveva ogni giorno. Stavo scrivendo un rapporto sull’andamento dei lavori, destinato allo sponsor del progetto, e cominciai affermando che “l’HIV è la probabile causa dell’AIDS”.

Chiesi a un virologo dello Specialty dove avrei potuto trovare elementi che confermassero il fatto che l’HIV era la causa dell’AIDS.

“Non ne hai bisogno”, mi fu risposto. “È una cosa che sanno tutti.” “Mi piacerebbe citare qualche dato”: mi sentivo ridicolo a non conoscere la fonte di una scoperta così importante. Sembrava che tutti gli altri la conoscessero. “Perché non citi il rapporto del CDC?” mi suggerì, mettendomi in mano una copia del rapporto periodico sulla morbilità e la mortalità del Center for Disease Control. Lo lessi.

Non si trattava di un articolo scientifico. Si limitava ad affermare che era stato identificato un organismo, ma non spiegava come. Invitava i medici a informare il Centro ogni qual volta si trovassero di fronte a pazienti che presentavano determinati sintomi, e a testarli per individuare la presenza di anticorpi per questo organismo.

Il rapporto non faceva riferimento alla ricerca originale, ma questo non mi sorprese. Era destinato ai medici che non avevano bisogno di conoscere la fonte delle informazioni. Dal loro punto di vista, se il CDC ne era convinto, doveva esistere, da qualche parte, la prova che era l’HIV a provocare l’AIDS.

Di solito si considera una prova adeguata dal punto di vista scientifico un articolo pubblicato su una rivista scientifica attendibile.

Al giorno d’oggi le riviste sono stampate su carta patinata, piene di fotografie, di articoli scritti da giornalisti professionisti, e ci sono anche foto di ragazze che reclamizzano prodotti che potrebbero essere utili in laboratorio. A fare pubblicità sono aziende che offrono prodotti utili agli scienziati, o che producono farmaci che i medici dovranno prescrivere. Tutte le riviste importanti contengono pubblicità. E di conseguenza, tutte hanno qualche rapporto con le aziende.

Gli scienziati propongono gli articoli per descrivere le proprie ricerche. Per la carriera di uno scienziato è fondamentale scrivere articoli che descrivano il proprio lavoro e riuscire a farli uscire: non avere articoli pubblicati sulle riviste più quotate è una perdita di prestigio, tuttavia gli articoli non possono essere proposti fino a quando gli esperimenti che ne supportano le teorie non siano conclusi e valutati. Le riviste più importanti chiedono addirittura di riportare, direttamente o attraverso citazioni, tutti i dettagli degli esperimenti, in modo che altri ricercatori possano ripeterli esattamente e vedere se ottengono gli stessi risultati. Se le cose vanno diversamente, questo viene reso pubblico, e il conflitto deve essere risolto in modo che, quando la ricerca verrà ripresa, si sappia con certezza da che punto si riparte.

Le più qualificate tra le principali riviste hanno un sistema di revisione. Quando un articolo viene proposto per la pubblicazione, il direttore lo spedisce in copia ad alcuni colleghi dell’autore perché lo verifichino: i cosiddetti revisori. I direttori sono pagati per il loro lavoro, i revisori no, ma è pur sempre un compito che conferisce loro potere, il che in genere basta a soddisfarli.

Feci qualche ricerca sul computer. Ne Montagnier né Gallo né altri avevano pubblicato articoli descrivendo esperimenti che portavano alla conclusione che probabilmente l’HIV provocava l’AIDS.

Lessi gli articoli pubblicati su “Science“, che li avevano resi famosi come “i medici dell’AIDS“, ma tutto quello che c’era scritto era che avevano trovato in alcuni pazienti affetti da AIDS tracce di una precedente infezione da parte di un agente patogeno che probabilmente era HIV. Avevano scoperto degli anticorpi. Ma gli anticorpi contro determinati virus erano sempre stati considerati segno di malattie precedenti non di malattie in corso.

Gli anticorpi indicavano che il virus era stato sconfitto, e il paziente era salvo.

Negli articoli non si diceva affatto che questo virus provocava una malattia, né risultava che tutte le persone che avevano anticorpi nel sangue fossero malate. E in effetti erano stati trovati anticorpi nell’organismo di individui sani. Se Montagnier e Gallo non erano riusciti a trovare questo genere di prove, perché i loro articoli erano stati pubblicati, e perché avevano discusso così duramente per attribuirsi il merito della loro scoperta? C’era stato un incidente internazionale quando Robert Gallo dell’NIH aveva dichiarato che un campione di HIV inviatogli da Luc Montagnier, dell’Istituto Pasteur di Parigi, non si era poi sviluppato nel suo laboratorio. Altri campioni raccolti da Gallo e dai suoi collaboratori da potenziali pazienti affetti da AIDS, invece, si erano sviluppati. Basandosi su questi campioni Gallo aveva brevettato un test per l’AIDS, e l’Istituto Pasteur l’aveva citato in giudizio. Alla fine il tribunale dette ragione al Pasteur, ma nel 1989 si era ancora in una situazione di stallo, e i due istituti si dividevano i profitti.

Esitavo a scrivere che “I’HIV è la probabile causa dell’AIDS”, prima volevo delle prove, pubblicate, che lo confermassero. La mia affermazione era molto limitata: nella mia richiesta di fondi non volevo sostenere che il virus fosse indubbiamente la causa dell’AIDS, stavo solo cercando di dire che era probabile che lo fosse, per motivi a noi noti. Decine di migliaia di scienziati e ricercatori stavano spendendo ogni anno miliardi di dollari per ricerche che si basavano su quest’idea. La ragione di tutto questo doveva pur essere scritta da qualche parte, altrimenti tutta questa gente non avrebbe permesso che le proprie ricerche si concentrassero su un’ipotesi cosi ristretta.

All’epoca tenevo conferenze sulla PCR a un infinità di convegni. E c’era sempre gente che parlava dell’HIV. Chiesi loro su cosa si basasse la certezza che era questo virus a provocare l’AIDS. Tutti avevano una qualche risposta, a casa, in ufficio, o in un qualche cassetto. Tutti lo sapevano, e mi avrebbero mandato la documentazione appena rientrati. Ma non mi arrivò mai nulla: nessuno mi mandò mai una spiegazione di come l’HIV provocasse l’AIDS. Alla fine, ebbi l’opportunità di porre questa domanda a Montagnier, quando tenne una conferenza a San Diego in occasione dell’inaugurazione dell’UCSD AIDS Research Center, ancora oggi diretto dall’ex moglie di Robert Gallo, la dottoressa Flossie Wong-Staal. Sarebbe stata l’ultima occasione in cui avrei posto questa domanda senza perdere la pazienza. La risposta di Montagnier fu un suggerimento: “Perché non cita il rapporto del CDC?” “L’ho letto”, dissi, “ma non risponde realmente alla domanda se l’HIV sia la probabile causa dell’AIDS, vero?”

Montagnier ne convenne: ero molto seccato. Se neanche lui sapeva la risposta, chi diavolo l’avrebbe potuta sapere? Una sera ero in macchina per recarmi da Berkeley a La Jolla, quando ascoltai, sulla National Public Radio un’intervista a Peter Duesberg, famoso virologo di Berkeley (altro premio Nobel, ndr.).

Kary Mullis

Non esistono studi che dimostrino che l’AIDS è causato dall’HIV

Kary Mullis Premio Nobel per la chimica nel 1993 per aver inventato la PCR (Reazione Polimerasica a Catena) interpellò svariati virologi ed epidemiologi su dove trovare il riferimento bibliografico che spiegasse come l’HIV provochi l’AIDS. Ma nessuno dei colleghi fu in grado di precisarlo.

La definizione di AIDS

Secondo la definizione della malattia, questa comprende un alto numero di patologie già conosciute, ben 29. Queste malattie non sono sempre associabili ad immunodeficienza, ma definite AIDS se associate ad un test positivo.

Se una persona ha la tubercolosi e risulta sieropositiva allora “ha l’Aids”. Se invece ha la tubercolosi ed il test è negativo, allora ha “soltanto la tubercolosi”.

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farmaci

Paracetamolo, farmaci sostitutivi

Posted on 5th gennaio 2012 in Salute

Tramonta l’era del principio attivo base di tanti farmaci antipiretici, antinfiammatori e antidolorifici. Tra i più popolari e diffusi spiccano Tachipirina ed Efferalgan, solo per fare un esempio. Secondo un articolo di Nature Communications a firma di un gruppo di studiosi provenienti da Francia, Svezia e Regno Unito, ora si è aperta ufficialmente la strada per la sostituzione del paracetamolo con nuove molecole.

Parole d’ordine: stesso effetto benefico ma nessuna controindicazione tossica. Ce l’ha, purtroppo, il paracetamolo: su fegato, reni e midollo spinale, in caso di sovradosaggio.

Il paracetamolo era già finito sotto il mirino dell’accusa: uno studioso aveva rivelato che nei bambini sotto i 15 mesi di vita scatena asma e allergie.

Febbre alta, raffreddore, o mal di testa. In cima alle classifiche delle preferenze di utenti e medici c’è sempre il farmaco a base di paracetamolo.

Ma i ricercatori, dopo 60 anni di commercializzazione della sostanza senza mai averne conosciuto il vero processo di azione, hanno identificato la molecola chiave che rende il paracetamolo efficace. E’ una proteina chiamata TRPA1 e si trova sulla superficie delle cellule nervose.

Studio scientifico

La sperimentazione. Un test sui topi per osservare la soglia del dolore. Così si è arrivati all’individuazione della proteina TRPA1. Sono stati considerati i secondi necessari perché un topo ritirasse la zampa da una superficie leggermente calda. Si è visto che il paracetamolo aumentava questo intervallo di tempo. Si dimostra così che il farmaco riduce il dolore indotto dal calore. Ma gli esperti non si sono fermati qui. E hanno ripetuto il test eliminando la proteina TRPA1: la sostanza non aveva più alcun effetto benefico. Inoltre, il team ha scoperto che prendere paracetamolo induce la creazione di un dannoso sottoprodotto detto NAPQUI, responsabile degli effetti collaterali tossici.

La nota Tachipirna ha un costo di 4 euro per la confezione da 20 compresse con un prezzo di 0,40 euro al grammo, come alternativa potete comprare la SANIPIRINA della Bayer che costa 3,5 euro nella confezione da 30 compresse ed ha un costo al grammo di appena 0,23 euro, quindi quasi la metà rispetto al prezzo della Tachipirina. Comunque il consiglio è sempre lo stesso, rivolgetevi al vostro medico prima di fare qualsiasi acquisto.

Scienziati della Scripps Research Institute hanno scoperto una strada per controllare le malattie che producono infiammazioni cerebrali come Alzheimer, Parkinson, Sclerosi multipla.
Lo studio pubblicato su Science Express, punta l’attenzione sui tipi di infiammazione che generalmente vengono trattati con i NSAID, ovvero farmaci anti-infiammatori non steroidei come l’aspirina e iboprofene. I NSAID sono farmaci con proprietà analgesiche, ma che possono causare gravi danni all’apparato gastrointestinale con la produzione di lesioni, ulcere ed emorragie.
Il risultato di questa ricerca ha messo in evidenza che queste infiammazioni sono controllati da diversi enzimi in diverse parti del corpo.

Risultati dello studio

Cravatt e i suoi collaboratori hanno scoperto un nuovo farmaco anti-dolorifico che agisce su MAGL, monoacylglycerol lipase. Quest’enzima, MAGL, normalmente si rompe in un naturale neurotasmettitore antidolorifico noto come 2-AG, molecola cannabinoide con effetto simile a quelle della marijuana. La riduzione dei tassi di rottura di 2-AG consente ai livelli di 2-AG di fornire sollievo.

Durante la ricerca gli scienziati hanno testato un inibitore MAGL sia su topi normali che su topi ingegnerizzati che geneticamente mancano di MAGL; i ricercatori hanno notato che il cervello dei topi inibitori modificati geneticamente mostrano una riduzione dei livelli di acido arachidonico, precursore chiave per inflammatory lipids. La produzione di acido arachidonico è controllato principalmete da MAGL.

Lo studio dimostra che bloccando l’attività di MAGL o, eliminandolo geneticamente, si restringe il pool di prostagladine e di acido arachidonico nel cervello dei topi limitando in maniera efficace infiammazioni cerebrali.
I FANS come l’ibuprofene vengono utilizzati per ridurre l’infiammazione che proviene da acido arachidonico. Essi agiscono andando ad inibire la ciclo-ossigenasi enzimi che trasformano l’acido arachidonico in prostaglandine. Ma i FANS inibiscono la ciclo-ossigenasi, enzimi che proteggono il rivestimento del tratto gastrointestinale e quindi possono causare sanguinamento ed ulcere. Questo limita fortemente la loro utilità potenziale.

Il nuovo farmaco ipotizzato, bloccando l’enzima MAGL, controllore principale dei livelli di acido arachidonico, fornisce la strategia migliore per fermare le infiammazioni.

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Ernia Iatale

Posted on 2nd dicembre 2011 in Enciclopedia, Salute

L’ernia iatale è una delle patologie più incomprese e chiamate più spesso in causa a sproposito in tutto l’ambito medico: la gente è abituata a dare all’ernia iatale più colpe di quelle che effettivamente ha.

Origini

I pazienti affetti da ernia iatale devono capire cos’è la loro malattia e a che quali complicazioni possono andare incontro, è però fondamentale sapere che ci sono davvero pochissime probabilità che da questo tipo di ernia abbiano origine problemi più gravi. Se ne distinguono quattro tipi.

I Tipo: Ernia da scivolamento

Ernia iatale da scivolamento: (Tipo I) più frequente, spesso nelle persone obese. La pressione nell’area addominale supera la pressione diaframmatica e lo stomaco tende ad essere spinto verso l’alto, nel mediastino, attraverso lo hiatus diaframmatico.

Non è necessariamente una condizione permanente, poiché la parte di stomaco interessata si sposta spesso su e giù in base alla pressione esistente nell’addome: uno sforzo, un colpo di tosse, il sollevamento delle gambe in posizione sdraiata o qualunque contrazione dei muscoli addominali possono facilitare il fenomeno, che, quindi, in certi casi, può essere reversibile.
Questo avviene più facilmente in persone che congenitamente hanno i tessuti collagenosi più deboli, che oppongono meno resistenza. In questi soggetti sono anche più frequenti: emorroidi, ernia inguinale e abbassamento del rene (ptosi renale).

Ernia paraesofagea o da rotolamento

Consiste in una rotazione dello stomaco lungo la grande curvatura, in modo tale che la parte superiore della stessa erni attraverso lo hiatus esofageo.

Questa tipologia è meno comune, ma è più temibile poiché la giunzione gastro-esofagea rimane nella sua posizione naturale, e l’erniazione del fondo dello stomaco porta alla sua compressione tra la parete dello iato e l’esofago.

Può talvolta derivare da un intervento chirurgico correttivo di un’ernia iatale da scivolamento.

Ernia iatale da esofago corto

L’angolo di His è allargato. Esiste anche l’esofago corto da alterazione chimica della parete esofagea (ingestione accidentale di acidi), che comporta retrazione cicatriziale dell’esofago.

Ernia di tipo III

Ernia di tipo IV, dove si manifestano ernie anche di altri visceri come il colon e la milza.

Diagnosi

La diagnosi di ernia itale è possibile grazie a una radiografia delle prime vie digerenti con pasto baritato, eseguita con il paziente in posizione supina, ma su di un piano inclinato, con la testa più in basso rispetto al bacino e alle gambe. Se l’ernia è voluminosa può essere evidenziata anche da una radiografia del torace. L’esame diagnostico principale resta però l’esafogogastroscopia, che permette anche di valutare eventuali complicanze, e di escludere altre malattie a livello dell’esofago. In base alla valutazione complessiva del paziente, il medico può poi ritenere opportuno procedere ad ulteriori indagini diagnostiche.

Cura

Terapia alimentare

Correggere l’alimentazione e rispettare alcune regole è importante soprattutto quando l’ernia iatale si associa ad esofagite da reflusso. Chi soffre di ernia iatale dovrebbe evitare i pasti troppo abbondanti e ridurre il consumo di:
cibi e bevande che inducono il reflusso (menta, cioccolato, alcol, grassi)
cibi e bevande che irritano la mucosa esofagea (agrumi, pomodoro, caffè).

Terapia farmacologica

Nei casi meno gravi, l’ernia iatale, soprattutto quando è “da scivolamento”, non necessita di alcuna terapia specifica.

Per intervenire sui sintomi dell’ernia iatale si può usare il domperidone. Quando, poi, la malattia è più seria e si associa a esofagite da reflusso, si può ricorrere ad altri medicinali, tra cui gli inibitori della pompa protonica, che inibiscono la secrezione acida gastrica. Il medico, dopo aver valutato la sintomatologia del paziente, oltre che l’entità e la natura della malattia, deciderà quali e quanti farmaci prescrivere. L’automedicazione è assolutamente sconsigliata.

Terapia chirurgica

La terapia chirurgica è indicata solo nei casi più gravi, cioè, per esempio, quando l’ernia iatale è di grosse dimensioni o quando si associa a una esofagite da reflusso grave. La tecnica chirurgica e il tipo di intervento da adottare cambiano in base alla natura dell’ernia e alle condizioni della persona da curare. L’intervento chirurgico può, per esempio, mirare alla riduzione dell’ernia; se presente reflusso, è possibile che il medico prospetti al paziente l’attuazione di un procedimento antireflusso.

Cause dell’età

L’ernia iatale è una patologia legata all’età, ne soffre infatti circa il 25% della popolazione con più di 50 anni e quasi il 100% della popolazione over 80.

Il deterioramento organico tipico dell’invecchiamento, associato alla ripetizione continua dei movimenti tipici della deglutizione, finisce infatti per alterare l’elasticità della giunzione e dello iato esofageo favorendo l’erniazione.

Le donne e gli obesi sono più colpiti dall’ernia iatale rispetto ai coetanei normopeso. Nei bambini la presenza di un’ernia iatale è quasi sempre congenita e spesso si presenta in associazione con altre malattie

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Dermatite

Posted on 2nd dicembre 2011 in Enciclopedia, Salute

Per dermatite si intende una patologia che riguarda la pelle. Infatti il nome del medico è dermatologo che dipende dallo strato della pelle .

Il termine proviene dal greco δέρμα, δέρματος (da cui il prefisso “derm-” a indicare tutto ciò che riguarda la pelle) e -ite, suffisso che, sempre in greco, indica “infiammazione“.

Infiammo

Essa consiste in una reazione infiammatoria (immunitaria) della pelle, e si manifesta come un’irritazione. La dermatite può avere cause assai diverse:

  • chimiche (causata da diluenti o detersivi);
  • fisiche (come le ustioni)
  • microbiche (virale, batterica, protozoica, micotica)
  • parassitarie (come la rogna, causata da parassiti della pelle)

Alternativamente, può essere conseguenza di una malattia della pelle, con cause:

  • allergiche (iperreattività di mastocellule del sistema immunitario) come per l’eczema atopico o la neurodermite;
  • autoimmunitario (reazione immunitaria verso processi endogeni) come per la psoriasi.

Situazioni di stress

Spesso le dermatiti si acutizzano in situazioni di stress: si pensa che gli ormoni dello stress stimolino ulteriormente la risposta immunitaria all’irritazione.
Se si tratta di una forma non contagiosa, si parla anche di eczema.

Riguardo alle malattie cutanee è spesso difficile distinguere le forme allergiche dalle forme infettive, irritative o tossiche. Spesso ad un’allergia segue un’infezione micotica o/e batterica causata dalla flora cutanea disturbata (mancanza di acidi grassi e secchezza della pelle) e/o dalle microlesioni della cute causata dagli abiti o dal grattare la parte colpita.
Talvolta rappresenta la manifestazione cutanea di una allergia alimentare, specie nei bambini.

Nonostante questa grande variabilità per cause e manifestazioni, le dermatiti sono accumunate da alcuni sintomi caratteristici, come pruriti, arrossamenti e piccoli gonfiori della pelle, talvolta a carattere vescicolare fino a vere e proprie lesioni.
Come anticipato, la dermatite è una condizione piuttosto comune, non contagiosa, che tutto sommato non incide pesantemente sulla salute generale dell’individuo; nonostante, ciò può risultare alquanto sconfortevole per chi ne soffre, talvolta con ripercussioni negative sulla vita di relazione.

SINTOMI DELLA DERMATITE

Dermatite

da contatto

Manifestazioni cutanee molto pruriginose, caratterizzate da rossore e comparsa di piccole vescicole su zone di pelle esposte al contatto con sostanze sensibilizzanti (irritanti o allergeniche). Vedi: dermatite allergica.

Psoriasi

Comparsa di chiazze rosso-biancastre eritemato-squamose di varia grandezza e forma, ad andamento cronico recidivante, ovvero soggette ad attenuazione, regressione e ricomparsa.

Dermatite seborroica

Condizione piuttosto comune del cuoio capelluto, spesso causa di forfora grassa; la perdita di squame untuose interessa non solo il cuoio capelluto, ma anche altre zone ricche di ghiandole sebacee, come le sopracciglia, le aree cutanee ai lati del naso e dietro agli orecchi, la zona inguinale e, talvolta, quella ascellare.

Dermatite periorale

I sintomi tipici della dermatite si localizzano al volto, distribuendosi intorno alla bocca in modo così tipico da determinarne la denominazione clinica.

Dermatite erpetiforme

I sintomi caratteristici della dermatite (pruriti, arrossamenti, bolle sierose) si accompagnano talvolta a disturbi gastrointestinali.

Dermatite atopica

Più comunemente conosciuta come eczema, si caratterizza per cicli alternati di esacerbazioni e stati clinici silenti.

Classificazione delle dermatidi

  • ammoniacalis11 (di panni)
  • atrophicans maculosa (anetodermia: dal greco ἄνετος floscio)
  • Berloque (di luce)
  • chronica atrophicans (acrodermatite cronica atrofica; raro in Lyme-Borreliosi)
  • contusiformis (erithema nodosum: spesso in zoonosi)
  • exfoliativa generalisata (Wilson-Brocq; idiopatico, iatrogeno o sintomatico in reticulosi, leucemie)
  • exfoliativa neonatorum (SSSS; stafilococchi)
  • fitofotodermatosi (reazione “fototossica” a causa della fissazione di alcuni elementi fotosensibilizzanti, presenti in alcune piante)
  • herpetiformis (During-Brocq; autoimmunitario)
  • intertriginosa (in pieghe dermiche, spesso combinato con infezione secondaria micotica come p.es. candida albicans)
  • lichenoides purpurica et pigmentosa (Gougerot-Blum; emorragico)
  • periorale (probabilmente iatrogeno o di cosmetici)
  • periorbitale (probabilmente iatrogeno di glucocorticoidi alogenati esterni)
  • rosacea (periorale)
  • seborroica (eczema seborroico)
  • solare
  • ulcerosa (pioderma cancrenoso, probabilmente autoimmunitario)
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indicazioni-farmaci

Chi non segue le indicazioni dei farmaci?

Posted on 8th novembre 2011 in Salute

Fino a qualche tempo fa i termini medicinale, farmaco e prodotto medicinale erano usati come sinonimi; anche se in alcuni casi le tre parole sono ancora utilizzate in sostituzione l’una dell’altra, di recente si è deciso di adottare solo un termine nei vari documenti ufficiali del settore, medicinale.

Per medicinale si intende ogni sostanza o associazione di sostanze presentata come avente proprietà curative o profilattiche delle malattie umane. Ogni sostanza o associazione di sostanze che possa essere utilizzata sull’uomo o somministrata all’uomo allo scopo di ripristinare, correggere o modificare funzioni fisiologiche, esercitando un’azione farmacologica, immunologica o metabolica, ovvero di stabilire una diagnosi medica.

I medicinali sono costituiti fondamentalmente da due elementi: il principio attivo e gli eccipienti. Il principio attivo è la sostanza farmacologicamente attiva contenuta nel farmaco, il componente dei medicinali da cui dipende la sua azione curativa, il medicinale vero e proprio. Gli eccipienti, invece, sono dei componenti inattivi del medicinale, privi di ogni azione farmacologica, che hanno la funzione di proteggere il principio attivo dagli agenti esterni che potrebbero danneggiarlo (il caldo, il freddo, l’umidità o altre sostanze chimiche).

Funzioni

Gli eccipienti hanno inoltre altre funzioni: possono essere utilizzati per aumentare il volume per consentire la preparazione di compresse o di qualsiasi altra forma farmaceutica di dimensioni accettabili, di stabilizzare delle soluzioni o sospensioni al fine di evitare la sedimentazione del principio attivo sul fondo dei contenitori, di facilitare l’assorbimento del principio attivo nell’organismo, di rendere il sapore dei medicinali più gradevole, ecc..

Posologia e consigli di utilizzo

Le indicazioni sui farmaci che il medico spiega al paziente e che riguardano la posologia e i tempi di somministrazione sono molto importanti, ma non tutti le seguono alla lettera. Una ricerca condotta negli Stati Uniti mette in evidenza che le conseguenze di questo atteggiamento sono molte. Interrompere una terapia o non portare avanti una cura nel modo giusto significa esporsi ad un rischio di mortalità più accentuato. In particolare sembrano essere due i fattori che incidono: la negligenza e il non essere perseveranti. Nello specifico i giovani sono risultati essere i più distratti.

Non a caso i più scrupolosi nel seguire le prescrizioni mediche sono risultati gli anziani, che appartengono ad una generazione più in grado di riporre fiducia nei medici.

Oggi è mutato il rapporto fra medico e paziente, soprattutto in tema di informazione medico scientifica.

Un altro problema è rappresentato dalla situazione economica: la poca disponibilità di denaro non fa altro che aumentare la possibilità di abbandonare le cure prescritte. Non meno importante è la motivazione e in questo senso si dovrebbe considerare la funzione attribuita ai medicinali.

Ci sono ad esempio dei farmaci che vengono presentati come importanti per migliorare la qualità della vita e relativamente ad essi non viene posto in risalto il ruolo importante in termini di prevenzione.

Se venisse messo in evidenza questo aspetto, i pazienti potrebbero essere più motivati a seguire in modo adeguato le terapie farmacologiche.

Via tantasalute & universonline.

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