E’ facile notare che un aumento del prezzo del greggio porti automaticamente all’aumento del prezzo del carburante, mentre a situazione inversa, cioè quando scende il prezzo del petrolio, quello del carburante rimanga al suo picco massimo per poi scendere con molta lentezza. Non è un caso.
La situazione attuale è di gran lunga peggiore rispetto al 2008 quando si ipotizzava che il prezzo del petrolio a 200 dollari al barile non sarebbe stata un’utopia e che le compagnie petrolifere avrebbero dovuto ridurre il prezzo della benzina e del diesel di qualche centesimo, considerando anche il fatto che i prezzi in Italia sono tra i più alti in europa.
I motivi del perchè il prezzo del carburante non scenda di pari passo al prezzo del greggio è dovuto in percentuale al governo Berlusconi che ha messo in vigore la Robin Tax che incide sul guadagno delle compagnie petrolifere e per ammortizzare i costi tendono a rallentare il più possibile la riduzione del prezzo della benzina e diesel.
La situazione al 2008
«Incidono diversi fattori: innanzitutto cercano di compensare i margini ridotti che hanno avuto nei tre-quattro anni precedenti – spiega Davide Tabarelli, di Nomisma Energia. Per un lungo periodo di tempo, infatti, i guadagni lordi delle società che fanno distribuzione sono rimasti piatti. Ho il sospetto, però, che in questa fase il sistema stia anche cercando di coprire i costi aggiuntivi che derivano dalla Robin Tax. Non ho elementi certi anche perchè non c’è una contabilità così raffinata, ma è sicuramente uno dei costi aggiuntivi a cui le società devono fare fronte».
Se fosse accertata una eventualità del genere, tuttavia, le autorità di vigilanza sul mercato hanno strumenti per intervenire.
Tabarelli ci tiene comunque a distinguere le compagnie petrolifere che operano nella produzione di petrolio, «le quali continuano a realizzare profitti scandalosi, ingiustificabili anche sul piano etico assolutamente non confrontabili» dalle società di distribuzione. «Abbiamo fatto un’analisi sul lungo periodo – spiega – e non sono emersi margini stratosferici per le attività di distribuzione. Nel 2008 – conferma – però l’aumento c’è stato.
In Italia – aggiunge – continuiamo a pagare la benzina 2-3 centesimi in più rispetto al prezzo ottimale perchè non è stata realizzata una vera liberalizzazione della rete distributiva, tentata più volte da ministri e governi diversi, ma sempre naufragata di fronte alla fortissima sindacalizzazione del settore». Una realtà, quella della rete di distribuzione dei carburanti, che Tabarelli non esita a paragonare – da questo punto di vista – all’Alitalia. «Nessun ministro, purtroppo, è in grado di scontrarsi con questo sindacato, con la minaccia di paralizzare il paese con tre giorni di sciopero. Si difende l’occupazione ma i costi sono a carico di tutto il sistema Paese».
La situazione del 2011
L’aumento dei prezzi che pesano sulle tasche degli automobilisti è in media di 198 euro annui, di cui 108 euro per costi diretti e 90 euro per quelli indiretti”. E in un momento di crisi economica dove molte fabbriche chiudono e molte famiglie faticano è necessario che il Governo proceda con la verifica degli andamenti dei prezzi dei carburanti anche per approfondire la questione della “doppia velocità”, secondo la quale le compagnie petrolifere aumenterebbero il prezzo al dettaglio non appena si verifica un rialzo del prezzo internazionale del greggio e non farebbero altrettanto quando tale prezzo diminuisce.
In un quadro del genere i soldi fuggono dalle azioni e si rifugiano nell’oro – guarda caso a nuovi massimi – mentre anche il petrolio scende. Se ci sarà una recessione, la domanda energetica calerà e dunque anche la domanda di combustibili. In Europa il barile è sceso a 102 dollari, mentre negli Stati Uniti è calato a 79,3 dollari, i minimi da sei e undici mesi.
E la benzina? A quanto pare ha smesso la sua corsa al rialzo, ma non sembra che i gestori e i petrolieri abbiano ritoccato i listini all’ingiù, loro che sono sempre così lesti a rialzare il prezzo alla pompa quando il barile di petrolio sale. Usciremo mai da questo circolo vizioso?
Intanto l’aumento al 6,5% della «Robin tax» è stata slittata all’Unico 2011
La tassa, invece di essere abolita, è stata silenziosamente aumentata. Contrariamente a quanto indicato nelle istruzioni del modello Unico SC 2010, l’aumento dell’addizionale Ires per il settore energetico dal 5,5 al 6,5% si applica dal 2010 e non dal 2009. A chiarirlo è l’agenzia delle Entrate nella circolare 35 del 18 giugno 2010.
L’addizionale Ires del 5,5%, per chi ricerca e coltiva idrocarburi liquidi e gassosi, raffina petrolio, produce o commercializza energia elettrica, benzine, petroli, gasoli per usi vari, oli lubrificanti e residuati, gas di petrolio liquefatto e gas naturale, ha trovato la sua prima applicazione nel 2008, in quanto la norma istitutiva, l’articolo 81, comma 17 del Dl 112/2008, prevedeva una deroga allo Statuto del contribuente.
Secondo la circolare 35, l’aumento al 6,5% è applicabile «a decorrere dal periodo d’imposta successivo a quello in corso al 15 agosto 2009», cioè dal 2010, per periodi coincidente con l’anno solare. Le Entrate hanno giustificato l’applicazione dell’aumento da quest’anno e non dal 2009, anno in cui la norma che l’ha introdotto è entrata in vigore (articolo 56, comma 3 della legge 99/2009), in quanto quest’ultima «non ha previsto alcuna deroga» allo Statuto del contribuente; quindi, «le modifiche introdotte si applicano solo a partire dal periodo d’imposta successivo a quello in corso alla data di entrata in vigore delle disposizioni che le prevedono» (articolo 3, comma 1 della legge 212/2000).
Possibili altre soluzioni locali
- 1) Liberalizzazione totale degli orari: è inaccettabile che alle 2 del pomeriggio i distributori siano chiusi;
- 2) dare la possibilità ai distributori di vendere di tutto, per scaricare la redditività su altri prodotti diversi dai carburanti;
- 3) chiudere 4mila distributori fuori norma, inefficienti, con costi che pesano sull’intera rete. Abbiamo 22mila stazioni di servizio, un quinto di tutta la rete europea, con l’erogato medio più basso della Ue».
- 4) Consentire la vendita di carburanti nella grande distribuzione e nei centri commerciali: l’esperienza francese dimostra che il prezzo finale si riduce sensibilmente perchè il venditore accetta di azzerare i margini sulla benzina perchè sa di avere margini più alti sugli altri beni.