Spiagge ai privati per 20 anni, quella privatizzazione che non s’ha da fare
Il diritto di superficie sulle spiagge scende a 20 anni e va rilasciato nel pieno rispetto dei principi comunitari di «economicità, efficacia e imparzialità». Arriva un tetto alla sanzione amministrativa per le liti temerarie sugli appalti pubblici. Passa a 90 giorni il silenzio assenso se il soprintendente ai beni culturali non procede al rilascio dell’autorizzazione paesaggistica. Saltano le nuove regole sul “patto di famiglia” e la norma “blocca-processi” per il personale della scuola.
Sono le principali modifiche allo schema del decreto sviluppo, introdotte dopo i rilievi mossi dal capo dello Stato, che dà il via libera alle misure sulle semplificazioni amministrative e alla nascita della nuova agenzia dell’acqua.
La novità più rilevante riguarda gli arenili. Come anticipato sul Sole 24 ore di ieri il Colle ha imposto un miglior raccordo del regime introdotto dal Dl, che dovrebbe andare oggi in Gazzetta Ufficiale, con la normativa comunitaria visto che il nostro Paese ha già subito l’apertura di una procedura d’infrazione dell’Ue per la violazione della direttiva Bolkestein del 2006 sulle liberalizzazioni. Rimane la possibilità di attribuire ai privati il diritto di superficie (con annesso permesso di edificabilità nelle aree non sottoposte a vincoli) sulle coste e sugli eventuali manufatti già esistenti (che potranno essere abbattuti e ricostruiti) ma la sua durata scende da 90 a 20 anni.
Gli interventi della Commissione europea prima e di Giorgio Napolitano poi, mettono una pezza al folle decreto Sviluppo varato dal Governo il 5 maggio scorso. L’esecutivo è costretto a modificare il tetto massimo per le concessioni, che scende a 20 anni dai 90 previsti.
E’ un bene che sia tramontata l’ipotesi del diritto di superficie per 90 anni per le spiagge date in concessione a privati, ma è un altro il rischio nascosto nel decreto sviluppo: scadute le future concessioni, il Demanio sarà costretto a “comprare” le strutture edificate sul suolo pubblico.
La denuncia viene da Fai e Wwf a poche ore dalla firma del capo dello Stato sul decreto che contiene le norme sulle nuove concessioni a fini turistici sul litorale demaniale. Il governo, dopo le polemiche dei giorni scorsi, è stato costretto a modificare il termine delle concessioni, riducendo drasticamente a vent’anni la durata di 90 anni inizialmente prevista.
Il secolare diritto di superficie
Il diritto di superficie quasi secolare era stato istituito a garanzia della programmazione e della certezza degli investimenti degli operatori privati. Ma quella sorta di concessione “a vita” era stata giudicata dall’Ue “non conforme” alla disciplina del mercato comune, che prevede in casi simili tempi ragionevolmente ridotti, ed aveva sollevato anche le perplessità del Quirinale. Il Colle aveva chiesto che il termine fosse riconsiderato.
Nei giorni scorsi aveva suscitato molte perplessità la decisione del Governo di portare a 90 anni – dai 6 attuali, rinnovabili automaticamente alla scadenza – la durata delle concessioni ai privati delle spiagge demaniali. Un periodo lunghissimo, che consentiva comodamente investimenti enormi con garanzia di rientro.
Il decreto poi, si inseriva in un quadro normativo già estremamente favorevole agli investitori. Basti pensare che, in seguito alle pressioni di Assobalneari (l’Associazione che riunisce gli imprenditori balneari aderenti a Federturismo Confindustria), il Governo aveva approvato la legge 25 del 2010, che prevedeva, fra l’altro, la proroga di tutte le concessioni in essere sino al 2015 e la possibilità per i titolari di concessioni di sei anni di fare richiesta, in ragione degli investimenti effettuati o previsti, di una proroga ventennale.
Essendo così gli stabilimenti esistenti già sufficientemente garantiti, le norme sugli arenili inserite nel decreto Sviluppo sembravano voler favorire la creazione di nuovi stabilimenti balneari, dunque di nuova cementificazione. Per far ciò si garantiva una pianificazione degli investimenti addirittura novantennale.
La direttiva Bolkestein
Contro il decreto si era schierata in prima istanza la Commissione Ue, battezzandolo in aperto conflitto con la direttiva Bolkestein (a tal proposito ho definito gli ambiti e le finalità nella sezione diritto) del 2006 che impone la liberalizzazione dei servizi. Ma determinante è stato l’intervento di Napolitano che con la sua opposizione ha di fatto costretto il Governo a ripensare la normativa.
Parte quindi l’ordine del dietrofront: la durata delle concessioni viene abbattuta a 20 anni. Un periodo di tempo certamente più ragionevole, seppur lungo.
Si tratta però di una piccola vittoria, o per meglio dire dellavittoria del ‘mare’ minore. Di ben altre normative avrebbero bisogno le spiagge italiane, sempre più invase dagli stabilimenti, sommerse dal cemento, sottratte impunemente alla libera balneazione. Leggi che tutelino la vera ricchezza nazionale: quella ineguagliabile bellezza dei paesaggi che ci è stata donata e noi dobbiamo solo preservare, custodire gelosamente.
“La trasformazione del diritto di concessione in diritto di superficie – spiegano le associazioni – mette a rischio cementificazione le spiagge. Si vuole infatti separare la proprietà del terreno da quello che viene edificato e questo significa garantire ai privati la proprietà degli immobili, già realizzati o futuri sul demanio marittimo”.
In altre parole “con l’introduzione del ‘diritto di superficie’ se lo Stato vorrà le spiagge libere da infrastrutture una volta scaduto il termine dei vent’anni, dovrà pagare ai privati il valore degli immobili realizzati perche questi saranno a tutti gli effetti di loro proprietà e quindi potranno essere venduti o ereditati“. Di fatto, in questo modo si riduce il potere pubblico di preservare i litorali e revocare le concessioni in caso di violazioni.
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