Capitalizzazione degli intangibles

Le più recenti tecniche di Asset & Liability Management hanno consentito di superare i limiti suddetti, introducendo una contabilità analitica (a c.d. tassi interni di trasferimento) che scinde idealmente la banca in due parti: una prima, costituita dall’insieme  di sportelli bancari, costituita principalmente da attività valutate a stato patrimoniale al costo storico (impieghi e raccolta diretta) e che produce a livello complessivo di conto economico gli extraredditi della banca; una seconda, costituita dall’attività di tesoreria a supporto dell’attività di sportello e dal centro di governo deputato alla gestione del  trading book, caratterizzata al proprio attivo da asset principalmente valutati al fair value e da redditi a conto economico che esprimono variazioni di fair value degli asset in periodi successivi e risultati dell’attività di copertura dei margini generabili dall’attività di sportello.

La contabilità analitica prevede che la parte di banca costituita dalle sole filiali operi in un regime patrimoniale a masse pareggiate, ossia sprovvista idealmente di qualsiasi forma di patrimonio proprio. Questa attività crea valore mediante l’attività di raccolta diretta (attività di deposito), indiretta (asset management e raccolta assicurativa) e creditizia.

La contabilità analitica di sportello individua nello specifico  tre macrocategorie di reddito: i redditi rivenienti dall’attività di raccolta diretta (dati dal prodotto tra markdown e raccolta diretta), i redditi rivenienti dall’attività creditizia (dati dal prodotto tra markup ed impieghi verso clientela) ed i redditi da raccolta indiretta (dati dallo  spread lucrato sulla raccolta indiretta ossia le commissioni % di gestione lucrate sule masse in gestione moltiplicati per la raccolta indiretta).

Le attività di filiale sono costituite da attività iscritte al costo storico (principalmente i crediti verso clientela) così come le passività (costituite principalmente dai depositi in conto corrente).

Poiché i redditi per questa tipologia di attività sono redditi calcolati senza il contributo di alcun patrimonio, essi rappresentano una misura di extrareddito e quindi la loro capitalizzazione restituisce il valore degli intangibili specifici (core deposit,  franchise value su crediti, intangibili da  asset management) e  goodwill  della banca. Il criterio valutativo qui proposto fa quindi perno sulle proprietà del sistema di contabilità analitico adottato dalle banche e stima il valore di una banca mediante un criterio di natura patrimoniale mista che a) muovendo dal patrimonio netto di banca, che recepisce il fair value delle attività di tesoreria e del centro di governo, b) stima il valore dei beni intangibili capitalizzando gli extraredditi di banca ossia i redditi di pertinenza di filiale.

Se in alcuni settori, quelli caratterizzati dalle grandi economie di scala, i “classici” metodi estimativi, quello patrimoniale e quello reddituale, riescono a dare risposte concrete ai processi di valutazione delle aziende; in altri settori, quale quello dei servizi o anche quelli ad alto contenuto tecnologico in cui la presenza dei beni Intangibili è molto forte, si evidenziano delle carenze.

Il costo di riproduzione deprezzato, su cui si basa il metodo patrimoniale, è un valore, che come si è sottolineato, dipende dal tasso di ammortamento e dalla vita utile del bene in questione; nel caso di un Intangibile, tale procedimento diventa molto complesso perché, come vedremo, è quasi impossibile, in tal caso, stabilirne il valore residuo con metodi oggettivi, determinare i costi suscettibili di “capitalizzazione”, la durata del procedimento di ammortamento e il criterio per la ripartizione del valore da ammortizzare nel tempo. Inoltre, nel calcolo dell’attivo dell’impresa che deve essere deprezzato, vengono considerate solo le voci dei beni immateriali presenti in Bilancio, che sicuramente non rappresentano l’intero mondo intangibile che circonda l’azienda.

Il metodo reddituale sembrerebbe, a questo punto, il procedimento più opportuno nella valutazione di aziende a forte presenza di Intangibili, anche se caratterizzato da una notevole presenza di deduzioni soggettive che ne mina l’obiettività. Il problema fondamentale di questo metodo è il calcolo del saggio di capitalizzazione e, soprattutto, dell’influenza degli Intangibili su di esso.

La valutazione del Capitale Intellettuale dell’ impresa è un problema che affligge l’economia da parecchi anni, il concetto di immaterialità e la difficile commerciabilità degli Intangibili rendono complicata la risoluzione di tale quesito.

La globalizzazione, la maggiore concorrenza, la nascita della cosiddetta knowledge economy hanno aumentato l’interesse nei confronti delle risorse immateriali: l’informazione, la conoscenza, il know – how, la ricerca e cosi via, sono alla base del processo evolutivo e innovativo delle imprese e non possono non essere considerate nella valutazione della “performance” aziendale.

La definizione sopra riportata di intangible comporta che essi sono caratterizzati da:

  • Complessità
  • Costi elevati (dovuti alla complessità)
  • Dinamicità (flow)• Rischio ed incertezza  (investimento “a rischio” ed incerto)
  • Difficili da valutare se non attraverso stime probabilistiche o regressioni storiche.

“The intangible capital evaluated by the probability distribution of its future value, which depends on pastsuccess, products in the pipeline, quality of human resources, etc”

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